Il pollo d’allevamento: ci fa bene mangiarlo?

8 Luglio 2015
735 Views

Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

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Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

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Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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8 Luglio 2015
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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

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«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

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Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

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Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

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«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

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Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

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Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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8 Luglio 2015
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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

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«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

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Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

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Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

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«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

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Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

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Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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8 Luglio 2015
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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Il pollo d’allevamento: ci fa bene mangiarlo?

8 Luglio 2015
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Ci fa bene mangiare il pollo d’allevamento intensivo? Vanity Fair lo ha chiesto a Luciano Atzori – Segretario Nazionale dell’Ordine dei Biologi, e Coordinatore della commissione permanente di studio igiene. La risposta è, prevedibilmente, no! E per diversi motivi. Scrive Vanity:

Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

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Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

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Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
«Variamo l’alimentazione, mettendoci dentro tutto. Io non sono vegetariano, mangio pesce, lenticchie, ceci, uova (sempre cotte), formaggi, solo ogni tanto una bistecca di maiale, o del prosciutto».

 

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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».

Sì al pollo degli allevamenti biologici

Alla giornalista che gli cvhiede cosa ne pensa del pollo degli allevamenti biologici, il biologo risponde che «È sicuramente migliore. Negli allevamenti biologici gli spazi sono più larghi, i polli devono avere la possibilità di uscire all’aperto, l’età minima di macellazione è più alta (81 giorni di vita come minimo) e il cibo che gli viene dato è di origine biologica. Insomma il pollo sta meglio».

Meno carne per tutti

Questo non signfica che non possiamo mangiare pollo. «Il punto – conclude Atzori – è forse che dovremmo smettere di mangiare così tanta carne. Gli allevamenti intensivi in fondo soddisfano solo la nostra domanda, ma nessuno ha detto che dobbiamo mangiare pollo in continuazione. La soluzione non è nemmeno mangiare altra carne: gli allevamenti di bovino non sono messi meglio, anzi, e necessitano dieci volte in più lo spazio che serve a un pollo (per la produzione di cibo). Così il maiale: dovrebbero raddoppiarne il numero per soddifarre la richiesta con un forte impatto ambientale».

Un consiglio finale
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Cinquant’anni fa un pollo allevato viveva circa 80 giorni e alla fine della sua vita arrivava a pesare un chilo, ora vive circa la metà del tempo e di chili ne pesa 4. Un mostro praticamente, selezionato geneticamente per avere una crescita rapidissima, che il suo fisico non riesce a sopportare. Negli allevamenti intensivi, da cui escono 9 sui 10 polli che trovate in commercio, i polli non vivono più nella gabbie (finalmente abbandonate) ma la vita non è comunque facile, anzi: sono sul pavimento di grandi capannonei schiacciati l’uno all’altro come all’uscita di un concerto.

Pollocrazia

«Al mondo – spiega Atzori – ci sono 22 miliardi di polli, il che significa che ci sono 3 polli per ogni abitante della terra. In altre parole vuol dire che l’uomo, per quello che riguarda l’apporto proteico è diventato dipendente da una sola specie. Circa due terzi dell’umanità vive “di pollo”, con punte molto alte, come i messicani (che mangiano anche più uova al mondo). Un sistema folle se solo pensiamo a cosa succederebbe se un’epidemia dovesse uccidere tutti i polli: andremmo completamente in tilt. E infatti si fa di tutto perché questo non succeda, con alcune conseguenze pericolose».

Allevamenti e mallattie

Negli allevamenti – si legge nell’articolo – ci sono tra i 16 e i21 polli per metro quadrato. «Significa che sono così schiacciati che non riescono nemmeno ad aprire le ali. In questa “folla” le malattie si sviluppano molto facilmente. Per questo vengono dati antibiotici per scongiurare eventuali epidemie, a tutti i polli allevati», chiarisce il biologo.

«…Siccome in questi ambienti così affollati si hanno infezioni frequenti e cicliche, è molto probabile che mangiamo dei polli che hanno subito un trattamento antibotico. I polli così trattati sviluppano i cosidetti «superbatteri», batteri più forti, resistenti agli antibiotici che, nel caso passino all’uomo, caso possibile, sviluppano infezioni altrettanto resistenti».

Batteri

Un secondo problema per Atzori  «è correlato al Campilobacter, un batterio che si sviluppa in seguito alla pratica dello “sfoltimento”: il 30% dei polli di un allevamento viene portata prima al macello per fare spazio agli altri che nel frattempo sono cresciuti a dismisura e “infrangerebbero” la “densità” imposta dalla normativa. Serve quindi a massimizzare la produzione. Ma questa azione però, spesso cruenta, genera forte stress negli animali che rimangono: questi, sotto stress, aumentano la produzione di noradrenalina che a sua volta fa sì che il Campilobacter riesca a migrare dall’intestino dove vive normalmente e intacchi altri organi, comprese le carni. Dalle carni, toccandole, può passare all’uomo: per questo in Inghilterra consigliano di non lavare il pollo crudo, ma di metterlo subito in pentola per eliminare tutti i batteri. E di cuocerlo molto, fino al cuore della carne».

Ormoni

Alcuni allevatori truffaldini riempiono i polli di ormoni per farli crescere, così «ci possiamo trovare a mangiare carni con ormoni che producono disfunzioni anche nel sistema endocrino umano – per esempio la pubertà precoce».